da: www.unabasesicura.it


Modelli operativi interni

Il bambino in fase di sviluppo costruisce nella propria mente modelli di se stesso e degli altri, basati sulla ripetizione delle esperienze vissute con la figura di riferimento più importante.
I sistemi motivazionali, ed in particolare quello dell’attaccamento, non solo organizzano il comportamento interpersonale e l’esperienza emozionale, ma organizzano anche la rappresentazione mentale di sé e degli altri. Le memorie di precedenti attivazioni dei sistemi motivazionali e dei loro risultati influenzano le successive modalità di funzionamento dello stesso sistema motivazionale.
Il bambino in fase di sviluppo costruisce nella propria mente modelli di se stesso e degli altri, basati sulla ripetizione delle esperienze vissute con la figura di riferimento più importante.
Queste rappresentazioni delle interazioni, una volta generalizzate, formano modelli mentali stabili su cui il bambino basa le sue previsioni relative al comportamento degli altri e quindi il suo comportamento sociale.
La relazione di attaccamento costituisce perciò la matrice su cui si forma la rappresentazione mentale di se stesso e degli altri.
Questi modelli rappresentazionali, chiamati Internal Working Model (IWM) o modelli operativi interni (MOI), diventano ben presto inconsapevoli e tendono ad essere stabili nel tempo.
La capacità di anticipare gli eventi, propria dei modelli operativi interni originati sulla base dell’attaccamento, è tale da influenzare fortemente le successive relazioni affettive, che, in un modo o nell’altro tenderanno a ripetere la primitiva relazione tra il piccolo e la figura di attaccamento.
Il soggetto si è costruito uno schema mentale (per lo più inconscio) di come è l’altro e di come lo tratterà e finisce facilmente per selezionare proprio le persone che hanno quelle caratteristiche; il suo comportamento sarà complementare e finirà per rinforzare quello dell’altro, in una sorta di circolo vizioso.
Ad esempio, è estremamente facile che una persona, già maltrattata da un padre violento e aggressivo, qualora non abbia messo in discussione a fondo il problema, abbia la tendenza a trovare un partner violento, nonostante sogni una persona dolce e accudente.
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Il bambino con un attaccamento sicuro

avverte la figura di attaccamento come sicura ed accettante, cui può accedere liberamente, per cui può alternare la vicinanza con allontanamenti esplorativi; diventato adulto ha dentro di sé una valutazione positiva delle emozioni legate all’attaccamento ed uno stile di conoscenza aperto, in grado di utilizzare sia autonomi meccanismi creativi che imitativi.

Il bambino con attaccamento insicuro-distanziante

si costruisce nel tempo un modello operativo interno in cui, al di là della superficiale idealizzazione, la figura di attaccamento è rifiutante ed inaccessibile, anzi non manifestarle il bisogno che ha di lei appare il miglior modo di non farla allontanare e di mantenere una certa vicinanza. Spesso, per la capacità di cavarsela autonomamente, vi è un modello di sé positivo, ma in aree diverse da quella della relazione interpersonale, che resta caratterizzata da una valutazione negativa delle emozioni relative all’attaccamento e da una non-interazione con gli altri per quanto riguarda la conoscenza, autonoma fino all’autarchia (“compulsiva fiducia in se stessi” di Bowlby).

Il bambino con un attaccamento insicuro-preoccupato

col sedimentarsi dei vissuti,  si costruisce un modello operativo interno caratterizzato dall’incertezza sulla disponibilità della figura di attaccamento, che appare imprevedibile, né sicura né impossibile, talvolta lontana e inarrivabile, altre volte invece capace di protezione e vicinanza.
Per contrastare tale imprevedibilità il bambino si attribuisce il merito o la colpa di conquistare o perdere la vicinanza: l’esito del rapporto dipende dal sé,  avvertito come poco amabile, per cui il soggetto cerca di meritare  l’amore dell’altro attraverso buone prestazioni.
L’insicurezza derivante dall’ ambivalenza della figura di attaccamento porta il soggetto a cercare una vicinanza serrata, ma allo stesso tempo, l’insicurezza dovuta alla propria non-amabilità lo porta ad avere paura dell’intimità che potrebbe svelare all’altro quanto non è amabile.
Anche lo stile cognitivo è segnato dall’evitamento, inteso come progressivo restringimento o rinuncia all’esplorazione.

Il bambino con un attaccamento disorganizzato

ha avuto ripetute esperienze di rapporto con una figura di attaccamento, triste, preoccupata o assorta in sé per questioni personali gravissime (lutto recente o non risolto, depressione grave,  abusi subiti nell’infanzia, ecc.), poco responsiva verso il bambino.
Il piccolo interpreta l’espressione triste e spaventata della madre come una minaccia, cui non può fuggire ma allo stesso tempo non può avvicinarsi per essere rassicurato.
Questa situazione è particolarmente opprimente per il bambino poiché egli non può identificare cosa impaurisce il genitore.
L’allarme nel bambino è ulteriormente accresciuto dal fatto che il genitore, mentre rivela con la mimica la presenza di un pericolo, mostra contemporaneamente di non volere la vicinanza del bambino.
Nell’attaccamento disorganizzato il modello operativo interno è costituito da una figura di attaccamento sentita come minacciosa, per cui non è più cercata la vicinanza, ma il mantenimento della distanza e il controllo sull’altro.
Il soggetto non si pone il problema dell’amabilità, bensì quello della forza (per fronteggiare il pericolo), avvertendo se stesso e l’altro secondo la dicotomia forte/debole.
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