da: www.unabasesicura.it

La Consultazione Psico-Diagnostica
in Età Scolare -1-

I livelli della diagnosi


La consultazione psicodiagnostica in età scolare è un atto molto complesso e particolarmente delicato, perché opera in un tempo limitato e perché, muovendosi in una situazione “vergine”, può avere effetti notevoli sulla definizione dello stato psichico del soggetto e sulla sua futura evoluzione.
La consultazione psicodiagnostica ha l’obiettivo di giungere ad una diagnosi (o perlomeno ad una ipotesi diagnostica), che deve individuare non solo il disturbo, ma anche le dinamiche sottostanti.
Il processo diagnostico-valutativo include diversi momenti (o livelli), ognuno con peculiari criticità.
In un primo momento occorre rilevare i sintomi presentati dal bambino (livello semiologico); alcuni sintomi vengono riferiti dai genitori mentre altri possono essere rilevati direttamente tramite l’osservazione.
Quindi c’è il secondo livello (nosografico o categoriale), dell’individuazione del disturbo in cui sono inquadrabili i sintomi presentati dal soggetto.
Purtroppo, in età evolutiva è particolarmente vero che “i clinici di salute mentale con una qualsiasi capacità critica non potranno fare a meno di notare come, quanto meglio conoscono il paziente e quante più informazioni possiedono, tanto più problematico sarà far rientrare il tutto in una specifica categoria diagnostica”[Mullen, 2011].
Poi occorrono altri elementi, infatti dovremmo conoscere del piccolo paziente:
• le sue relazioni con i genitori e con altri adulti significativi,
• le interferenze della sintomatologia con le attività scolastiche e sociali,
• la socializzazione con i pari,
• la capacità di regolare gli impulsi,
• la flessibilità nell’affrontare esperienze avverse,
• la capacità di comprensione delle emozioni proprie ed altrui,
• la stabilità dell’esame di realtà.
Questo significa che i sintomi vanno inquadrati nel tipo di personalità in formazione (livello personologico).
Il Manuale Diagnostico Psicodinamico [PDM, 2006 – pag 228] riconosce che, per quanto riguarda i bambini, la valutazione dei pattern di personalità è più difficile che negli adulti, perché occorre considerare l’età e la fase evolutiva, l’enorme loro flessibilità e la loro sensibilità ai cambiamenti familiari e ambientali; inoltre i vari pattern si sovrappongono in un continuum che va da quelli più sani a quelli più compromessi.
Per quanto riguarda i disturbi di personalità degli adolescenti, è stato suggerito [Feenstra, 2012] questo iter:
interviste all’adolescente e ai genitori per ricostruire la storia evolutiva del soggetto, in modo da ricostruire il contesto dei sintomi presentati;
• utilizzo di informazioni multiple provenienti dall’ambiente di vita del soggetto, ad esempio quello familiare e scolastico;
• utilizzo di un’intervista semi-strutturata per classificare i disturbi di personalità;
• infine integrare queste informazioni per una formulazione dinamica del caso.
Similmente, per i disturbi della condotta Polidori e Lanfranchi ricordano che l’approccio nosografico non è in grado di offrire una prospettiva evolutiva: non consente di interpretare la storia personale, familiare e sociale del bambino, né di fare previsioni sulla sua possibile evoluzione; dunque, le procedure d’assessment, una volta inquadrato il problema sul piano descrittivo, dovranno guidare il clinico e i genitori verso una graduale ridefinizione interna del problema, vale a dire verso l’esplorazione del valore funzionale dei comportamenti sintomatologici, del loro significato nell’ambito delle relazioni familiari [Polidori et al., 2013].
Quindi dovremmo poter avanzare alcune ipotesi sui meccanismi psicopatologici che possono aver determinato il disturbo, passando così al quarto livello, quello esplicativo, della diagnosi dinamica o psicopatologica.
La diagnosi dinamica non può essere "theory free" come quelle del DSM, ma deve necessariamente fare riferimento ad un modello teorico.
Infatti se le dinamiche interpersonali possono essere, almeno in parte, osservate nelle relazioni figlio-genitori, i meccanismi intrapsichici del soggetto non sono direttamente osservabili e pertanto devono essere ipotizzati, tramite inferenze, avendo presente un modello teorico dello sviluppo e della psicopatogenesi.
Una diagnosi psicopatologica richiede quindi metodi d’indagine sulle dinamiche intrapsichiche e un modello teorico di riferimento.

Clicca qui per continuare a leggere




torna home page