da: www.unabasesicura.it

verso un modello unitario del
funzionamento mentale e cerebrale


La teoria dell'attaccamento di Bowlby,  occupa un posto fondamentale nella "trama concettuale unitaria", basata sull'evoluzionismo e sugli studi etologici,  in cui confluiscono, oltre a contributi psicoanalitici, anche la psicologia cognitiva e le neuroscienze, costituendo un modello unitario dello sviluppo e funzionamento mentale.
La teoria dell'attaccamento costituisce oggi il paradigma teorico comune a più discipline, dalla moderna psicanalisi [1] alla psicologia sistemica e cognitiva, e vanta le più solide evidenze scientifiche, frutto di numerosissime ricerche condotte su larga scala.
Nel corso degli ultimi decenni si sono modificate ed avvicinate le posizioni teoriche di scuole di pensiero una volta contrapposte e non comunicanti.
L’imponente massa di osservazioni scientifiche raccolte sull’attaccamento si è imposta all’attenzione degli studiosi della psicologia dello sviluppo, delle relazioni interpersonali e della personalità; così i principali concetti elaborati dalla teoria dell’attaccamento sono diventati la base comune delle varie ipotesi sul funzionamento psichico.
Se per il cognitivismo è stato relativamente facile accettare costrutti teorici che riconoscono all’attività mentale (anche inconscia) il compito di organizzare le informazioni, riprendendo il  modello già di Janet e di Piaget, più difficile e tuttora incompleto è stato il percorso di avvicinamento tra mondo psicoanalitico e teoria dell'attaccamento.

Dalla teoria dell’attaccamento alla psicopatologia

Tuttavia, le ricerche sull’attaccamento, anche se hanno dimostrato una maggiore vulnerabilità psicopatologica dei soggetti con attaccamenti insicuri e ancor più dei soggetti con attaccamenti disorganizzati, nonostante numerosi ed impegnativi studi, non sono riuscite a dimostrare che limitate correlazioni tra le diverse tipologie di attaccamento e i vari disturbi psichici.
L’atteggiamento di fronte a questo parziale insuccesso (o limite) della teoria dell'attaccamento da parte dei ricercatori è stato per lo più quello di considerare l’attaccamento e la clinica come due ambiti ben distinti.
Ad esempio, la Crittenden: “…le diagnosi psichiatriche spesso raccolgono un’ampia gamma di sintomi e possono rispecchiare un raggruppamento di sintomi diversi (da un punto di vista funzionale o di elaborazione delle informazioni). Quindi, non ci si può aspettare una relazione uno a uno tra la diagnosi e la classificazione dell’attaccamento”  [2] .
Altri invece ritengono che la teoria dell’attaccamento non abbia esaurito le sue potenzialità esplicative, ma occorra allargare il campo d’indagine, come suggerito da alcune considerazioni.   Una prima considerazione è relativa alla limitata attenzione che la ricerca sull’attaccamento ha prestato all’età scolare, ritenendo che l’attaccamento abbia assunto la sua configurazione entro i primissimi  anni di vita e attribuendo i cambiamenti pressoché esclusivamente a eventi avversi o a nuove relazioni.
Potremmo invece pensare che, come ha scritto lo psicoterapeuta americano  Morris Eagle, “non è lo stile di attaccamento al tempo 1 [prima infanzia] che è predittivo dell’esito al tempo N [età adulta], bensì i fattori cumulativi che hanno contribuito al mantenimento di quello stile di attaccamento nei tempi 2,3,4 [nella seconda e terza infanzia e adolescenza] e via dicendo[3] .
I più importanti fattori cumulativi che fanno persistere lo stesso stile di attaccamento sono da individuare nella persistenza delle caratteristiche relazionali dei genitori.
Ad esempio, l’effetto disorganizzante sul bambino di una madre con un lutto che resta irrisolto, sarà maggiore di quello di un lutto vissuto di recente da una madre, che poi recupera un suo equilibrio.  
Una seconda considerazione è sul ruolo patogeno delle distorsioni cognitivo-emotive proprie degli attaccamenti non sicuri.
Secondo la teoria di Bowlby, il bambino costruisce, nella propria mente, modelli di se stesso e degli altri (Internal Working Models o Modelli Operativi Interni), basati sulla ripetizione delle esperienze vissute con la figura di riferimento; questi modelli mentali, una volta generalizzati, organizzano sia l’esperienza emozionale che i comportamenti interpersonali.
I Modelli Operativi Interni non solo forniscono quelle regole comportamentali che l’individuo utilizza nella relazione con gli altri, ma hanno anche la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi da parte dell’individuo, consentendogli di fare previsioni e crearsi aspettative sugli avvenimenti della propria vita relazionale.
Tali regole, in gran parte implicite, funzionano come filtri interpretativi che contribuiscono a confermare e a mantenere stabili le aspettative sul Sé e sugli altri con un meccanismo detto “la profezia che si autorealizza”: ad esempio, un bambino distanziante, con aspettative di rifiuto, avanza richieste di attenzione in maniera aggressiva oppure in modo poco percepibile o troppo implicito, ottenendo un secco rifiuto o nessuna risposta, confermando in entrambi i casi le aspettative di partenza.
Si può supporre che queste aspettative che si autorealizzano, contribuiscano nel tempo, non solo a mantenere lo stile non-sicuro di attaccamento, ma  caratterizzino sempre più in profondità il funzionamento mentale, costituendo quelle credenze patogene e determinando quegli stati affettivi che caratterizzano la patologia.  
Una terza considerazione deriva dall’evidenza che gli attaccamenti insicuri e disorganizzati non sono sinonimi di psicopatologia, bensì sono solo fattori predisponenti alla psicopatologia; questo significa che per svilupparsi una patologia psichica debbono intervenire anche altri fattori.
Tra i fattori che giocano un ruolo concausale, Bowlby ha individuato le separazioni e le perdite della figura di attaccamento; altri eventi avversi sono gli abusi, i traumi, i maltrattamenti, la trascuratezza e l’assistere alla violenza (specie se tra i genitori).
A questi eventi avversi vanno aggiunte le eventuali malattie o infortuni, che possono minare la sicurezza in se stessi e il senso di protezione da parte dei genitori.
Oltre a tutti questi fattori, macroscopici ed esterni al soggetto, si dovrebbero considerare anche le difficoltà evolutive legate alla crescita del bambino ed alle necessarie e progressive sue socializzazione e autonomie (inserimento a scuola, rapporto con i pari, cambiamento fisico puberale, rapporto con l'altro sesso, ecc); tutte fasi delicate che impongono cambiamenti che possono accentuare preesistenti insicurezze o risultare ostacoli difficili da sormontare.
In questa prospettiva diventa evidente che non solo l’adolescenza, ma anche l’età scolare costituisca una fase di importanti cambiamenti per i ragazzi, che, esposti a nuovi contesti, relazioni e pericoli,  instaurano relazioni con altri adulti e relazioni affiliative con i coetanei e sviluppano competenze metacognitive e riflessive.  

[1]  PDM - Manuale Diagnostico Psicodinamico, ed.it. Raffaello Cortina, Milano, 2008
[2]  Crittenden P.M. (1999). Attaccamento in età adulta. ed it. Raffaello Cortina, Milano, pag. 200
[3]  Eagle Morris N. Attaccamento e psicoanalisi (2013) ed. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, pag. 172




torna home page